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Incontro Governo - Marchionne
Carlitos




Sabato 7 febbraio si terra' l'incontro tra Berlusconi e l'amministratore delegato di Fiat Marchionne. Lo annuncia il ministro per lo Sviluppo economico Romani, che chiederà all’AD l'impegno di investire nel nostro Paese e di rimanere con la testa e il cuore. Si e' parlato di un investimento di 20 miliardi su 6 insediamenti, chiamato “fabbrica Italia”, di cui però al momento si sa che sarà investito 1 miliardo per Mirafiori e 700 milioni a Pomigliano. All'incontro prenderanno parte anche Tremonti, Sacconi, Gianni Letta. Precisa Romani che la Fiat, tra diretto e indiretto rappresenta il 10% del PIL ed è quindi un pilastro dell’economia italiana.

Senza voler passare per cinici, ma Obama non ha chiesto a Marchionne testa e cuore in base alla sua doppia cittadinanza, ha elargito 60 miliardi di dollari per scongiurare la chiusura delle principali case automobilistiche americane, facendosi firmare precise garanzie e poi … diciamocelo chiaramente, agli americani non interessa la Fiat, ma Marchionne, tanto che il quotidiano americano Wall Street Journal ha scritto "La migliore chance per sopravvivere in Europa per Fiat potrebbe essere quella di alimentare il successo della Chrysler. E questo è difficile da fare da Torino". Con queste parole il Wall Street Journal, invita Marchionne a "concentrare i propri sforzi dove le opportunità sono maggiori".Il quotidiano americano sottolinea anche che le parole dell'amministratore delegato di Fiat e Chrysler, in merito ad una fusione fra le due società con quartier generale a Detroit ha innescato un "furore nazionalista in Italia, dove la Fiat ha sede". E secondo il Wsj quello che dà veramente forza alle parole di Marchionne "è probabilmente il fatto che non abbia detto più che la verità".
Il Wall Street Journal insiste poi sull'inadeguatezza economica dell'Italia per le grandi imprese e ricorda che il nostro Paese nella classifica annuale sulla libertà di impresa "Index of economic freeedom" si piazza all’87esimo posto, tra l'Arabia Saudita e il Ruanda. Ed è per questo, che negli anni passati, le migliori aziende che avevano costituito "la spina dorsale" dell'economia italiana hanno fatto le valige per approdare nei più favorevoli contesti della Cina o dell'Est Europa.

Ma per rimanere in tema automobilistico, in Germania Angela Merkel ha investito tre 3 miliardi di euro per la Opel. In Francia Sarkozy ne ha messi 7 a sostegno di Psa e Renault.
Da noi, solo gli incentivi per la rottamazione e la solita, perenne cassa integrazione, niente politiche industriali, nessun sostegno all’innovazione.

E’ quindi chiaro a tutti che se l’Italia vuole rimanere una potenza industriale non può permettersi di perdere anche il Gruppo Fiat e il governo deve agire con fermezza e convinzione, così come hanno fatto gli altri, seppur molto tempo prima.

Le propagande elettorali non inchioderanno Marchionne all’Italia, come non lo inchioderanno eventuali nuovi incentivi e cassa integrazione. Sentendo le dichiarazioni di politici e sindacati sembra di essere tornati indietro di parecchi decenni, mentre il mondo avanza veloce. Certo, è vero che Marchionne ha usato il pugno di ferro, ma è pur vero che solo in Italia si verificano certe “anomalie” nelle fabbriche.

Bisogna anche dire che non saranno i nuovi contratti di lavoro a salvare gli stabilimenti italiani, perchè nel piano industriale 2006-2010, era previsto che nel 2010 l’Alfa e la Lancia avrebbero venduto entrambe 300.000 auto l’anno. Se ne stanno invece vendendo poco più di 100.000, esattamente come quattro anni fa e nessuna in Cina.
Se il target di vendite per Alfa e Lancia fosse stato raggiunto, avrebbe determinato un maggiore utile operativo di circa 750 milioni, sufficiente a rendere profittevoli gli impianti italiani, oltre ad eccedere i risparmi di costo derivanti dalla riorganizzazione produttiva che Marchionne sta perseguendo nel nostro paese. Questo significa che gli impianti sono ben lontani dalla saturazione. Il problema principale non è quindi la produttività degli impianti nostrani, ma la mancanza di modelli, di innovazione e cioè di vendite, che nel mese di gennaio, rispetto allo stesso mese dello scorso anno, sono calate del 27,7 per cento (contro il - 20,7 del mercato in generale) e la quota di mercato è scesa dal 32 al 29,2 %, non certo solo per colpa degli operai italiani, che lavorano più di quelli tedeschi, prendendo la metà dello stipendio e senza poter partecipare attivamente alle scelte aziendali.

Forse è il caso che si siedano TUTTI intorno ad un tavolo, Marchionne, governo e sindacati e facciano discorsi seri, moderni, efficaci, sinceri, per fare in modo che la Chrysler non si compri Marchionne e la Fiat, come sta avvenendo e che l’Italia non diventi una succursale americana. Occorre quindi che Marchionne ci metta i soldi e le garanzie, altrettanto deve fare il governo, così come i lavoratori (che sono quelli più interessati) devono impegnarsi a fare la loro parte per impedire che oltre 100 anni di storia e 10% di PIL finiscano oltre oceano e magari un giorno anche in Cina.






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