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Marco Rigoni racconta...

La Grande Guerra :
Nicola Romeo arruola l’A.L.F.A.







Scoppio del primo conflitto mondiale

Nel 1914 nulla poteva evitare la guerra. A causa di un eccezionale sviluppo industriale erano a disposizione di quasi tutte le nazione europee grandissime quantità di armi micidiali e di flotte militari sempre piu' agguerrite. Francia e Inghilterra volevano bloccare l'espansionismo tedesco e la sua crescente, inarrestabile egemonia industriale e scientifica. La Francia voleva la rivincita dopo i fatti d'arme del 1870 e voleva riprendersi l'Alsazia e la Lorena. L'Austria e la Russia speravano di risolvere le loro difficoltà con una politica estera particolarmente aggressiva ed espansionistica.
La scintilla della guerra scocco' il 28 giugno 1914, a Sarajevo, la capitale bosniaca. In un attentato, di matrice estremistica, persero la vita il granduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, e la consorte.



L'attentato di Sarajevo illustrato dalla Domenica del Corriere 1914


L'Austria decise unilateralmente di considerare la Serbia responsabile dell'attentato perché essa dava rifugio agli indipendentisti slavi. Si voleva dare un buon esempio di severità a tutti i popoli dell'impero e di porre termine ai numerosi moti rivoluzionari e sovversivi della penisola balcanica, riducendo praticamente al silenzio la Serbia. I generali Austriaci prevedevano una rapida e semplice campagna militare priva di ostacoli significativi.
La Germania sognava la formazione di un grande stato formato da tutte le nazioni di lingua tedesca. L'impero Russo, a sua volta, ambiva a riunire sotto di sé tutti i popoli di lingua slava, quindi scese in campo in aiuto della Serbia ordinando la mobilitazione del proprio esercito. Appena l'Austria dichiarò guerra alla Serbia fu messo in moto l'automatismo delle alleanze e delle mobilitazioni: in pochi giorni ebbero luogo le dichiarazioni di guerra.
A fianco di Germania e Austria si schierarono Turchia e Bulgaria, il Giappone e la Romania si schierarono a fianco della Triplice Intesa (Francia. Inghilterra e Russia).



Mappa dell'Europa allo scoppio della Grande Guerra


Pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia, il 3 agosto 1914, il governo presieduto da Salandra dichiarò la neutralità dell'Italia. Sul piano formale si era richiamato a una delle clausole del trattato della Triplice Alleanza, firmato nel maggio 1882 con Germania e Austria-Ungheria e più volte rinnovato, che prevedeva l'intervento militare solo in caso di aggressione a una delle tre monarchie. E siccome Austria e Germania non erano state aggredite, ma avevano dichiarato guerra per prime, l'Italia sostenne di non avere alcun obbligo di schierarsi al loro fianco.
Da molti anni gli stati maggiori di Francia e Germania si stavano preparando a una guerra che ritenevano inevitabile.
La Francia aveva fortificato il confine con la Germania, quest'ultima invece aveva pronti i piani per un attacco fulmineo che portasse le sue truppe a Parigi in poco tempo, così come era successo nel 1870. Appena dichiarata la guerra ed iniziata la mobilitazione il grosso delle truppe francesi furono ammassate lungo il confine tedesco.
La mobilitazione delle forze russe avveniva invece molto lentamente per la scarsezza di mezzi di trasporto e l'insufficienza di strade e ferrovie. Così la Germania pensò di riversare tutte le sue forze contro la Francia, di sconfiggerla rapidamente e poi rivolgersi contro la Russia sul fronte orientale. Per poter effettuare questo piano di guerra lampo la Germania doveva evitare le potenti fortificazioni francesi costruite sul confine: perciò l'esercito tedesco invase il Belgio, che era neutrale, per assalire le truppe francesi alle spalle. I tedeschi, dopo un mese di aspri combattimenti, giunsero a quaranta chilometri da Parigi, ma sul fiume Marna furono bloccati e respinti alla fine di una battaglia durissima. Fallisce ben presto l'illusione della guerra lampo.
Questo succede perché scavando delle trincee e attendendo l'assalto del nemico il difensore è fortemente avvantaggiato sull'attaccante. Gli assalti, infatti, sono ancora effettuate dal fante armato di fucile che si scaglia contro le mitragliatrici nemiche sistemate sui bordi della trincea o dietro un riparo ben munito. Dopo la battaglia della Marna le truppe tedesche e franco-britanniche si fronteggiarono lungo una linea che andava dalla Manica alla Svizzera. La guerra di movimento si trasformò in guerra di posizione. I soldati furono costretti a vivere dentro trincee lunghe centinaia di chilometri, nella sporcizia e sotto le intemperie, su un fronte praticamente fermo.



Vita di trincea


Nel frattempo a oriente l'esercito tedesco riuscì a occupare la Polonia. Il fronte austro-russo, a sud, si estendeva per centinaia di chilometri, senza alcun avanzamento da parte dei contendenti.
Gli stati europei si gettarono nell'avventura della guerra sottovalutandone completamente i costi economici ed umani. Essi affrontarono quasi con leggerezza la tragica avventura poiché pensavano a una guerra breve come quelle che si erano combattute nell'800. Anzi ritenevano che la potenza delle nuove armi avrebbero ancora di più accelerato i tempi della conclusione. Altro errore di prospettiva fu quello di pensare che la supremazia in Europa avrebbe avuto di conseguenza il dominio sul mondo, ma questo calcolo ignorava la nascita di due nuove superpotenze: gli USA (che intervenne direttamente nel conflitto nel 1917) e il Giappone, le quali uscirono fortemente rafforzate dal conflitto, mentre l'Europa ne uscì gravemente indebolita sia per le perdite umane che per i costi economici.
Si immaginava, infine, questa guerra come le altre precedenti, con vittime, costi e conseguenze gravi, ma in qualche modo limitate e prevedibili: con dei vincitori che avrebbero acquistato nuovi territori e maggiori mercati e degli sconfitti che li avrebbero perduti.
Ma torniamo all’Italia.
Il paese era diviso tra neutralisti e interventisti. Fra i primi, in maggioranza, i cattolici, i liberali di Giolitti e i socialisti; fra i secondi, gli irredentisti, i liberali conservatori, i socialisti riformisti, poi i repubblicani e l'ala socialista guidata da Mussolini. A conferma di uno stato di instabilità e incertezza politica, all'interno di questi schieramenti le posizioni subirono profondi mutamenti tra l’estate del 1914 e la primavera del 1915. I nazionalisti, ad esempio, sostenevano l'intervento, ma inizialmente a fianco della Triplice e solo dopo a fianco dell'Intesa. A sfavore dell'alleanza con gli Imperi Centrali pesavano le sconfitte subite nel 1866 nella terza guerra d'indipendenza contro l'Austria, al termine della quale era comunque stato acquisito il Veneto, ma non il Trentino e parte della Venezia Giulia, rimaste sotto il controllo del governo di Vienna. Seguendo ancora una volta l'ambigua politica del doppio binario, Roma intavolò trattative con Vienna per ottenere in via pacifica le terre irredente, senza però raggiungere nessun risultato tangibile.
Il passo decisivo per il mutamento delle alleanze fu rappresentato dal patto firmato segretamente a Londra il 26 aprile 1915 con i rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Russia, in base al quale l'Italia si impegnava a scendere in guerra a fianco dell'Intesa entro un mese. In cambio, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Trentino e l'Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, Gradisca, parte dell'Istria e della Dalmazia, diritti sull'Albania.
Dopo la denuncia della Triplice Alleanza il 3 maggio, il governo Salandra, sulla spinta anche degli interventisti che avevano dalla loro parte un propagandista come Gabriele D'Annunzio, presentò al governo di Vienna la dichiarazione di guerra il 23 maggio 1915 , fissando l'inizio delle ostilità al giorno successivo.



Trasferimento delle truppe italiane al fronte


Sul piano strettamente militare, l'esercito italiano, guidato dal capo di stato maggiore Alberto Pollio dal giugno 1908 al luglio 1914, aveva rafforzato le linee di difesa soprattutto sul fronte nord-orientale, avviando la modernizzazione degli armamenti e riorganizzando le forze dopo la campagna di Libia del 1911-1912. Luigi Cadorna, succeduto a Pollio, pur nell'incertezza della situazione politica interna ed estera, diede inizio alla mobilitazione e poco dopo lo scoppio delle ostilità si trovò ad avere a disposizione 4 armate, suddivise in 14 corpi d'armata e 40 divisioni per un totale di 1.090.000 uomini, 216.000 quadrupedi, 3.300 automezzi, 930.000 fucili, 620 mitragliatrici e oltre 2.150 pezzi d'artiglieria. Sui circa 650 km di confine tra Italia e Austria le forze italiane furono così distribuite: la armata, dallo Stelvio alla val Cismon (passando per il Cevedale, Tonale, Adamello, alto Garda, altipiani di Tonezza e Asiago); 4a armata in Cadore e Carnia. Dal Monte Canin lungo il fiume Isonzo fino al mare la 2a e la 3a armata.



Il Re Vittorio Emanuele III sul fronte italo-austriaco


Gli austriaci misero in campo 221 battaglioni divisi fra comando del Tirolo, gruppo d'armata della Carinzia e 5a armata sul fronte isontino. La parziale inferiorità numerica delle loro forze era compensata da uno schieramento piu’ favorevole perche’ appoggiato a postazioni dominanti e ben protette, servite da un'efficiente rete stradale. Da notare che dallo Stelvio al Cadore gli opposti schieramenti si fronteggiarono quasi sempre in zone d'alta montagna dove i combattimenti si svolsero molto spesso in condizioni proibitive, con colpi di mano, azioni di mina e contromina durate mesi e avvalendosi dell'opera instancabile dei genieri per far giungere ogni tipo di rifornimento fino a postazioni isolate anche oltre i 3.000 metri.

Industria e sistemi produttivi

La situazione economica italiana vive un momento di depressione legato ad un quadro mondiale negativo nel 1904-1905. Questa situazione si aggrava per l’Italia nel 1908 con il terribile terremoto che scuote Reggio Calabria e Messina e che dissesta ulteriormente il già provato bilancio dello stato italiano.
In un panorama così provato il Regno d’Italia si imbarca in una guerra coloniale per conquistare la quarta sponda. Nell’1911-12 l’Italia combatte contro l’impero ottomano per Tripoli e la Libia. La guerra sarà un piccolo laboratorio di quello che accadrà poi, in misura molto più ampia, con la prima guerra mondiale, con l’affacciarsi di industrie che grazie allo sforzo bellico vedranno crescere i propri profitti, la propria potenza politico-economica.
Lo scoppio della guerra nel giugno 1914 assesta in un primo momento un colpo gravissimo all’economia; si verificano subito problemi con le importazioni e poi arrivano le misure restrittive al commercio imposte dal governo, successivamente attenuate, per cui c’è una limitazione anche alle esportazioni. Ma successivamente la situazione migliora e l’Italia inizia a trarre qualche minimo beneficio dalla sua posizione di neutralità.
Ma il movimento intenso, dietro le quinte, degli stati già coinvolti nel conflitto (soprattutto Francia e Germania) che cercano di tirare l’Italia nell’uno o nell’altro campo raggiunge il suo scopo quando nel 1915 l’Italia dopo le radiose giornate di maggio dichiara guerra all’Austria per quella che viene presentata come la quarta guerra di indipendenza.
L’Italia allo scoppio della guerra è fondamentalmente un paese agricolo, con una industria ancora poco competitiva e con alcuni suoi settori chiave dominati da capitali stranieri (notevole, ad esempio, la presenza di capitale tedesco nel settore delle energia e della nascente chimica).
Il governo italiano si trova a confrontarsi con realtà che hanno una diversa forza economica e industriale. Nel 1913 la produzione di acciaio era di 900 mila tonnellate contro i 17 milioni e 600 mila della Germania, i 7 milioni e 800 della Gran Bretagna e i 4 milioni e 600 della Francia cifra analoga a quella prodotta dalla Russia. Nella produzione di ghisa il divario era ancora maggiore con l’Italia che produceva circa 427 mila tonnellate, un quinto di quanto prodotto dall’Austria –Ungheria, un decimo di quello che produceva la Russia zarista.
Lo stato si trova a doversi organizzare in maniera nuova per adeguare il proprio esercito alle esigenze dello sforzo bellico. In quest’ottica i controlli della pubblica amministrazione nei confronti delle aziende fornitrici vengono ad essere molto più labili che in situazioni di pace; in alcuni momenti cruciali del conflitto questo "controllo" viene quasi a sparire del tutto.
Lo Stato, nell’organizzarsi per razionalizzare lo sforzo produttivo nel periodo bellico, arriverà a creare nel 1915 il ministero delle armi e munizioni; ministero che oltre al gabinetto del sottosegretario, ha due uffici per le ispezioni e per le richieste, tre ripartizioni (servizi generali, mobilitazione industriale, servizio tecnico armi e munizioni) e tre direzioni (artiglieria, genio e aeronautica).
La ripartizione che incideva maggiormente nella programmazione dell’attività bellica dello Stato, e in cui i rapporti con i privati erano più stretti, era quella per la mobilitazione industriale. Ad essa compete la determinazione degli stabilimenti da considerare "ausiliari", di agevolare il coordinamento delle attività di questi con l’attività degli opifici militari, di intervenire nelle controversie economiche e salariali fra dirigenti e personale, autorizzare le dimissioni, i licenziamenti ed i passaggi di personale fra l’uno e l’altro stabilimento, sorvegliare il lavoro delle maestranze minorili e femminili, nonché occuparsi delle scuole, del tirocinio dei nuovi operai, delle garanzie igienico sanitarie sul lavoro.
La grande mobilitazione richiesta per la guerra non fu solo in termini umani con la richiesta di centinaia di migliaia di combattenti da mandare al fronte, ma fu anche la mobilitazione dell’economia. Lo Stato, non solo in Italia ma in tutta Europa, vedrà crescere il proprio ruolo in maniera esponenziale, assumendo dovunque una deriva autoritaria con la limitazione o sospensione delle pratiche e delle prassi della democrazia borghese-parlamentare.
Per dare un senso della crescita delle competenze e degli impegni dello Stato, in Italia il numero dei dipendenti della pubblica amministrazione passò da 340 a 520 mila unità.
Intervento "totalizzante" , quindi, dello Stato che gestiva ora più direttamente la vita dei cittadini: chiede agli italiani di sottoscrivere diversi prestiti obbligazionari per sostenere la guerra, rastrella i risparmi del pubblico. Nel settore dell’agricoltura, il governo interviene con calmieri, requisizioni, incoraggiamenti, obblighi di lavoro e di produzione , tesseramenti, minacce di confische. Per accrescere la produzione promette ai contadini somme in denaro proporzionate all’entità dei raccolti, si impegna a pagare contributi a coloro che dissodano terre, bandisce concorsi a premi a favore di quei proprietari che effettuano semine primaverili.
Ma il campo dove la prima guerra mondiale produsse una situazione molto particolare fu l’industria. L’Italia era un paese arretrato non solo nei confronti dei principali paesi ostili (Austria-Ungheria e impero tedesco) ma era lontana anche dai paesi alleati (Usa, Francia e Gran Bretagna). Lo Stato perciò decise di intervenire in maniera consistente in questo settore non solo come era accaduto per l’agricoltura con prezzi calmierati o con limitazioni alle importazioni ed esportazioni ma volle intervenire direttamente nella produzione e nella programmazione di svariate attività (materiale bellico, cantieristica, trasporti e più in generale nella siderurgia e nella metallurgia) creando in alcuni casi direttamente impianti.
Quando l’approvvigionamento delle materie prime per le industrie si rivela scarso e difficile, assoggettata a controllo il relativo commercio, rende obbligatoria la denuncia della disponibilità, fissa i prezzi d’imperio, acquista direttamente dall’estero i materiali necessari, privilegia il consumo bellico con divieti di vendita non autorizzata dalle amministrazioni militari.
A tal scopo si individuano industrie che vennero definite "ausiliare", su cui lo Stato esercita un controllo maggiore, anche nei confronti degli operai ma che beneficiavano in maniera privilegiata nell’approvvigionamento di materie prime, fattore non trascurabile man mano che il conflitto renderà più difficile reperire tali risorse, e avevano più facilità nell’aggiudicarsi le commesse dello stato.
Gli stabilimenti industriali coinvolti e dichiarati "ausiliari", che erano 125 nel 1915 con 115 mila operai, diventano circa 2000 nel 1918 con oltre 900 mila operai.
La prima guerra mondiale rappresenta, quindi, l’occasione per l’industria italiana di fare il balzo e in molti casi di emanciparsi dalle ingerenze straniere presenti nella penisola. La "grande guerra" vedrà un aumento di capitale per le maggiori industrie costante dal 1914 fino a dopo la fine del conflitto, una crescita della produzione, del numero della forza lavoro, delle dimensioni stesse delle aziende che vedranno il moltiplicarsi degli stabilimenti.
I profitti siderurgici salgono al 6,30 % al 16,55%; quelli dell’industria automobilistica dall’8,20% al 30,51%; quelli dei chimici dallo 8,02 al 15,39%; quelli dell’industria della gomma dall’8,57% al 14,95%.
Il settore metalmeccanico si sviluppa in una sorta di forzato isolamento autarchico, con effetti positivi in termini di maturazione di autonome conoscenze tecnologiche da un lato e negativi dall’altro , per quanto concerne l’attenzione al controllo dei costi , che non è certo al centro delle preoccupazioni degli imprenditori in quel momento. Altro elemento caratterizzante l’evoluzione dell’economia italiana è il processo di concentrazione oligopolista che vede emergere alcune società, quali Ansaldo, Ilva e Fiat, che diversificando la loro produzione abbracciavano nuovi campi di attività.
Lo scoppio della guerra permise anche il rafforzarsi degli istituti di credito e in particolar modo dei principali quattro (Banca Italiana di Sconto-BIS-, Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) che se prima del conflitto riuscivano a distinguere le loro attività da quelle industriali che finanziavano, dopo la commistione del 14/18 ciò non fu più possibile. Nel corso della guerra i tentativi di scalata reciproci che ci furono tra le banche, cosi come accadde nell’industria, furono finanziati di fatto dagli anticipi versati dallo stato per le commesse di guerra e quindi alla fine fu lo stesso Stato a finanziare queste operazioni.

Epilogo

Il 4 novembre del 1918 entra in vigore l’armistizio che mette fine alle operazioni militari tra Italia ed Austria.



L'armistizio di Villa Giunti


L’Italia è vittoriosa, ma conta 600 mila morti, mezzo milioni di mutilati.
Il disavanzo dello Stato è passato da 200 milioni del 1914 ad oltre 23 miliardi, l’inflazione galoppa, il costo della vita è quadruplicato e lo spettro della crisi incombe sulle industrie “gonfiate” dai consumi bellici.



L’Alfa e la Grande Guerra

Nello spazio di pochissimi anni Nicola Romeo, partito con una piccola impresa che contava 50 operai, la trasformò in uno dei più importanti complessi industriali d’Italia.
Come tutti gli Alfisti sanno, Nicola Romeo era nato a Sant’Antino, provincia di Napoli, il 18 Aprile 1876.
A ventitrè anni ottenne la laurea in ingegneria civile, poi studiò per un anno ingegneria elettrotecnica all’Università di Liegi, in Belgio e perfezionò le lingue in Francia, in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Dopo impegni lavorativi di breve durata all’estero, divenne rappresentante per l’Italia della R. W. Blackwell & Co (attrezzature per ferrovie e linee elettriche) con sede a Milano.
Nel 1906 fondò una società propria, la Ing. Nicola Romeo & C. con sede a Milano, grazie ad un finanziamento di 115.000 lire.
Un anno dopo assunse la rappresentanza per l’Italia della Ingersoll-Rand, leader mondiale di compressori e perforatrici pneumatiche.
Si formò così un patrimonio di esperienze e conoscenze tecniche di prim’ordine grazie alla partecipazione ai lavori delle cave di marmo, dei grandi progetti idroelettrici, alla costruzione del famoso acquedotto degli Appennini, alla perforazione dei grandi tunnel tra Bologna e Firenze e tra Roma e Napoli.
La richiesta per le attrezzature Ingersoll aumentò vertiginosamente e Romeo cominciò ad importare dagli Stati Uniti componentistica e ad assemblare i prodotti finiti nell’officina che costruì a Milano, in via Ruggero di Lauria, vicino a Corso Sempione ed al Portello, dove l’A.L.F.A. stava costruendo una fabbrica moderna e ben attrezzata.



Le officine Romeo in Via Ruggero di Lauria a Milano


Lo sviluppo delle attività produttive va a braccetto con le attività finanziarie ed è proprio in questo periodo che Romeo si incrocia con Angelo Pogliani, direttore di una banca locale molto attiva.
Un rapporto che avrebbe trasformato il corso della vita di Romeo permettendogli di creare un marchio diventato un mito: l’Alfa Romeo.
Ma torniamo al 1911.
La piccola società di Nicola Romeo continua a fiorire ed il capitale viene portato a 500.000 lire posseduto in parti più o meno equivalenti dalla banca di Pogliani, da Romeo e l’amico Fucito, e da un industriale ferroviario piemontese, Anselmo Gobba.
Anche la banca di Pogliani continua a crescere, diventando la Banca Italiana di Sconto (BIS), costituita nel 1914 per finanziare l’attività industriale a supporto delle esigenze di carattere militare in preparazione della prima guerra mondiale.
I rapporti con il Ministero della Guerra erano ottimi e la BIS aveva perciò visibilità di tutte le opportunità che il Ministero promuoveva. Tra queste emerge una commessa di 23 milioni di lire per la produzione di proiettili di artiglieria da consegnare al ritmo di 10000 (diecimila) pezzi al giorno, un impegno produttivo impressionante. Una volta dimostrata tale capacità, un terzo del valore sarebbe stato pagato dal governo alla firma del contratto.
L’affare fu proposto a Romeo, che però, con i suoi 50 dipendenti, non aveva alcuna possibilità di rispondere ai ritmi produttivi richiesti.
Ma ecco l’opportunità ad un tiro di sasso !
Siamo agli inizi del 1915 e, al Portello, l’A.L.F.A. è praticamente morta.
L’amministrazione di Ugo Stella aveva prodotto in 5 anni circa 700 chassis (nello stesso periodo la Fiat aveva prodotto 14000 vetture) e non era riuscita a trovare la maniera di ricavare profitto dall’emergenza bellica. Tutto il patrimonio viene trasferito al maggior creditore, la Società italiana di credito provinciale, intimamente legata alla Banca Italiana di Sconto (BIS).
Si rendevano così disponibili impianti e moderni macchinari facilmente adattabili alle esigenze produttive dei proiettili.



Il reparto torneria nello Stabilimento del Portello.


Romeo assorbe l’A.L.F.A. con una quota di 550.000 lire, equivalente al valore degli immobili e degli impianti, e porta il capitale della Ing. Nicola Romeo & C. a 1.825.000 lire, compra altro terreno, costruisce capannoni e acquista macchinari, fa crescere nell’arco di sei mesi la forza lavorativa da 50 a 4000 unità !
Oltre ai milioni di proiettili d’artiglieria campale e d’assedio da 65, 75 e 149 mm, granate e spolette, il complesso produce compressori d’aria notevolmente perfezionati, lanciafiamme, gruppi elettrogeni e, nel 1917, motori d’aviazione su licenza Isotta Fraschini.
Quindi niente più automobili…solo qualche decina di autocarri leggeri per l’Esercito, basati sull’autotelaio della 24 HP, forse provenienti da un tentativo di diversificazione dell’amministrazione precedente.



Il Gen.Morone visita il Portello : quarto da destra, con il bastone, l'Ing.Romeo.


Nel 1917 la capitalizzazione raggiunge i 10.000.000 di lire, 87 volte il capitale di 10 anni prima.
Nel 1918 la piccola società a responsabilità limitata diventa un’azienda pubblica: la Società anonima italiana Nicola Romeo & C.



Breve scheda dei prodotti 1915-1917

Autocarri :

Il primo camion Alfa Romeo risale al 1912 e deriva da un adattamento della vettura 24 HP della quale utilizza telaio e motore. I primissimi esemplari sono destinati per l’uso commerciale, quelli successivi, del 1914/1915, per l’Esercito in vista della prima Guerra Mondiale. L’utilizzo fondamentale è il trasporto leggero o anche in assetto autolettiga.
La produzione totale differisce in modo significativo secondo le varie fonti: si parla di qualche unità sino a trecento per le Forze Armate.



Parco autocarri 24 HP in attesa della consegna al Regio Esercito.


Di fatto, dopo il 1916 la produzione di autocarri viene interrotta per riprendere solo agli inizi degli anni trenta.

Proiettili :

I proiettili di calibro 149 caricano i cannoni 149 A o 149/35, il più noto medio calibro dell’artiglieria italiana della 1^ guerra mondiale. Costituiva l’arma principale delle batterie di assedio del Regio Esercito. In data 23 ottobre 1917, ovvero prima della ritirata al Piave, ne erano in servizio 410.



Un 149 A in postazione sul fronte italiano.


Alla sua omologazione (1901), il cannone da 149/35 risultava già vecchio: dopo ogni sparo, i serventi dovevano rimettere in posizione a mano le 8 tonnellate dell'artiglieria in posizione di tiro, con la conseguente ripetizione di tutte le operazioni di puntamento, peraltro complicate dal fatto che l'affusto era a coda unica e quindi privo di congegni per la regolazione in direzione (ovvero: per modificare il tiro nel settore orizzontale, occorreva spostare tutto il complesso). Inutile dire che questo grave inconveniente riduceva notevolmente la cadenza di tiro: su terreno liscio, poteva retrocedere anche di diversi metri; annullare completamente il rinculo poteva essere però dannoso, in quanto avrebbe causato un elevatissimo tormento degli orecchioni, di tutto l'affusto e della vite d'alzo, rovinando quindi irreparabilmente tutto il sostegno. Si potevano solamente piazzare un pancone alla base della coda e robusti cunei di legno dietro alle ruote che, opportunamente puntellati, riportavano il pezzo nella posizione originaria.
Balisticamente, però, fu un ottimo pezzo, apprezzato soprattutto per la potenza di fuoco e la precisione, meno per la gittata (meno di 18 km, quando i paricalibro stranieri, quasi tutti su affusto a deformazione, sparavano ad almeno 19–20 km)



Reparto produzione dei proiettili al Portello.


I proiettili da 75 mm alimentavano invece i cannoni 75 Krupp e Déport, che costituivano l’armamento dei reggimenti da campagna dell’Esercito Italiano nella 1^ guerra mondiale. All’entrata in guerra vi erano 49 reggimenti con 134 gruppi e 363 batterie per un totale di 1452 pezzi.

Lanciafiamme :

Il corpo degli Arditi dell’Esercito Italiano fu equipaggiato durante la Prima Guerra Mondiale con i lanciafiamme, parte di essi costruiti dall’Alfa Romeo.



Linea di produzione dei lanciafiamme al Portello.


Il lanciafiamme venne adottato per la prima volta come arma dall’esercito tedesco nel 1911, ed equipaggiò un reggimento di 12 compagnie specializzate.
Ciononostante, fu utilizzato per la prima volta nel giugno del 1915 contro i Francesi con limitati ma clamorosi successi.
Difficoltoso e pericoloso da maneggiare, poteva essere utilizzato dalle trincee verso le trincee nemiche ma aveva una portata molto limita di circa 7/8 metri, riducendo così la possibilità di impiego a casi non molto frequenti.

Compressori :

Durante il periodo della Grande Guerra (1915-1918), la Società di Romeo costruì un ingegnoso compressore portatile.
Ufficialmente fù denominato Motocompressore Tipo C (Cadottato), ma diventò presto popolarmente conosciuto come “Il Piccolo Italiano”.
Utilizzava il motore 24 HP, con due cilindri che fornivano la forza motrice e gli altri due che comprimevano l’aria che era poi inviata ad un serbatoio di raccolta.
2000 compressori furono forniti all’Esercito Italiano che li utilizzò principalmente per gli scavi delle trincee sulle Alpi.
Molti di essi vennero utilizzati per diversi anni anche dopo la conclusione del conflitto.

Motori aeronautici

Isotta Fraschini V 4 B e V 6 : l’Alfa Romeo inizia l’attività in campo aeronautico con la manutenzione dei motori Isotta Fraschini V 4 B, un 6 cilindri in linea raffreddato ad acqua di 14300 cc.
Alimentato ad aspirazione libera con un carburatore, sviluppava una potenza massima di 150/170 HP.
Fu utilizzato da vari velivoli italiani, i più noti dei quali furono il caccia idrovolante Macchi M5 ed il biplano bombardiere Caproni CA 3.
Successivamente produce, su licenza, alcune centinaia di IF V 6, versione migliorata del precedente con una potenza di 270 HP.



Produzione del blocco motore aeronauticoIsotta Fraschini V6


Macchi M 5 : idrovolante biplano monoposto a scafo da caccia.
Equipaggiava durante la 1^ guerra mondiale le squadriglie da caccia della Regia Marina.
La grande apertura alare era la stessa del caccia originale Nieuport costruito su licenza dalla Macchi.
Furono costruiti oltre 200 esemplari. che rimasero in servizio sino al 1921.



Il caccia della Regia Marina Macchi M5.


Caproni CA 3 : considerato il primo grande aereo da bombardamento del mondo, fu progettato dalla Caproni nel tardo 1913.
Rappresentò un cambiamento radicale nella teoria dell’utilizzo della forza aerea nei conflitti.
Biplano, trimotore, con elica centrale pulsiva e le laterali trattive, equipaggiò le Squadriglie da bombardamento italiane durante la 1^ guerra mondiale.



Il biplano bombardiere Caproni CA 3 in volo.


Restò in servizio sino al 1926, partecipando anche alla Campagna di Libia.
Durante la Grande Guerra fu anche utilizzato dalle forze alleate all’Italia.

Gruppo Elettrogeno

I gruppi elettrogeni utilizzavano i motori a scoppio della 15-20 HP accoppiati a dinamo per la produzione di energia elettrica necessaria per l’alimentazione delle stazioni fotoelettriche utilizzate sul fronte per facilitare i tiri d’artiglieria notturni e prevenire attacchi nemici alle trincee.
Oppure per alimentare i proiettori antiaerei che sorvegliavano i cieli italiani per individuare gli attacchi austriaci notturni lungo lo schieramento nord-est .



Il gruppo elettrogeno 15-20 HP carrozzato Bollani.


I motori erano montati su carri predisposti dalla carrozzeria Bollani funzionali al traino animale.
Le fonti più attendibili, parlano di una produzione consistente in 20 gruppi.



I modelli

La riduzione in scala dei prodotti Alfa durante la Prima Guerra Mondiale rappresentò di fatto un salto qualitativo nella collezione.
Il primo problema da risolvere riguardava la documentazione.
Alla fine degli anni ’90 la mia biblioteca contava innumerevoli libri, tutti però dedicati all’Alfa Romeo e in particolare alla produzione automobilistica.
Certo, c’erano foto anche di altri prodotti, ma nessun riferimento descrittivo e tantomeno tecnico.
Mi trovai perciò nella necessità di acquistare parecchi volumi riguardanti l’aeronautica, i mezzi militari e gli armamenti, in modo da raccogliere le informazioni ed i dati per la ricerca e la realizzazione dei modelli.
In secondo luogo dovevo decidere “COSA” riprodurre.
Il problema non si poneva per l’autocarro, il compressore, ed il gruppo elettrogeno ma per i proiettili, il lanciafiamme ed i motori aeronautici.
Questi ultimi, infatti, non avrebbero avuto molto fascino una volta ridotti di decine di volte: mi attirava molto di più avere nelle vetrine dei bei modelli di cannoni e di aerei o, nel caso del lanciafiamme, almeno un soldatino.
La ricerca della documentazione e la realizzazione dei modelli relativi al periodo ‘15-’18 richiese circa 10 anni, dal 1999 al 2009, tre volte tanto il tempo che Nicola Romeo aveva impiegato a produrre gli originali.
Trattandosi di mezzi di natura alquanto differente, le scale di riproduzione sono disomogenee e dipendono dall’origine stessa dei modelli.
I cannoni li ho trovati in kit, e sono in 1/35, la scala tipica dei modelli di mezzi militari.
Il compressore e il lanciafiamme, due pezzi costruiti da zero, li ho fatti anch’essi realizzare in scala 1/35 per poter utilizzare i figurini reperibili sul mercato a corredo dei mezzi.
Il gruppo elettrogeno, anch’esso autocostruito, è in scala 1/30, in quanto il modello è stato realizzato partendo dalle due ruote del carro, pezzi residui di un altro kit “cannibalizzato”.
Anche per gli aerei la base di partenza furono i kit in commercio. In 1/72 per il Macchi M5, e in 1/48 per il Caproni.
L’autocarro, infine, anch’esso pezzo unico, è in scala 1/43 coerentemente con tutto il parco auto e autocarri della collezione.

Andiamo ora a scoprire le avventure che stanno dietro a questi 8 modelli.
Cominciamo dagli aerei e precisamente dal biplano Caproni.
Per affrontare il tema dei modelli d’aereo equipaggiati con motore Alfa, aveva individuato un fornitissimo negozio di modellismo specializzato in aerei, mezzi militari e soldatini ed era ormai diventata un’abitudine consolidata la visita del sabato mattina.
Durante una di queste visite settimanali, fui informato della recente uscita di un kit francese del famosissimo biplano bombardiere della prima guerra mondiale Caproni CA 3.
Il kit era molto costoso e appariva molto complesso, tant’è che il proprietario del negozio lo approvvigionava solo su ordinazione.
Dopo qualche settimana di riflessione, decisi di acquistarlo sacrificando una montagna di quattrini.
Arrivò un paio di mesi dopo e fu l’argomento di discussione del folto gruppo di appassionati che si ritrovavano ogni sabato nel negozio.
Il kit era veramente complesso, e faticai a trovare il modellista che accettò l’impresa di montarlo.
Comunque, dopo circa tre mesi, il biplano era pronto.
Un modello bellissimo, con le sue ali ricoperte in tela tricolore, con le due belle mitragliatrici posizionate a prua e a poppa e con i tre dettagliati I.F.V 4 B.



Il modello Caproni CA 3 in scala 1/48.


I tralicci di sostegno delle ali erano un po’ “svirgolati”, ma nel complesso il colpo d’occhio era di notevole effetto.
Un paio d’anni dopo, trovai il kit del Macchi M5, che non rappresentò alcun problema di montaggio.



Il Macchi M5 in scala 1/72.


I cannoni richiesero uno studio approfondito.
Nel 2003 acquistai un paio di volumi sull’artiglieria italiana e sui proiettili per individuare le bocche da fuoco di cui cercare i modelli.
Il 149 A mi affascinò moltissimo, con le sue ruote “a cingolo” e la lunga canna e mi misi subito alla ricerca del kit.
Lo trovai sul catalogo di un produttore romano di modelli militari, la Cri.El.
A quel tempo la Cri.El. non vendeva via internet ed inoltre, non ne ho mai scoperto la ragione, il mio negoziante non riusciva ad approvvigionare i modelli da questo modellista.
Dovetti ricorrere all’aiuto di una mia collega romana, che partecipava frequentemente alle riunioni di lavoro organizzate a Torino, dove a quel tempo lavoravo.
Purtroppo non era affatto esperta di mezzi militari e dovemmo telefonarci più volte per essere certi di acquistare il kit giusto, visti i numerosi modelli di cannone in catalogo.
In ogni caso, dopo un paio di mesi il kit del 149 A approdò felicemente a Torino.
Il weekend successivo, con lo scatolino del kit ed alcune foto del cannone originale nelle postazioni d’artiglieria, mi precipitai dal mio modellista militar-aeronautico e progettammo il piccolo diorama da realizzare, con tanto di soldatini e casse munizioni aperte in modo da vedere anche i proiettili.



Modello del cannone 149A in postazione.


Dopo un paio di mesi, l’opera fu completata e la scena che apparve fu veramente realistica !
Dopo tre mesi fu la volta del cannone da 75, acquistato con la stessa procedura.



Il cannone da 75 mm. in scala 1/35.


I giochi dell’artiglieria Alfa Romeo erano fatti !
Del “piccolo italiano”, il compressore, già ne abbiamo parlato in modo specifico nella storiella a lui dedicata (febbraio 2011).



Il compressore "piccolo italiano" sulle Alpi orientali.


Il modello del gruppo elettrogeno ha avuto un’origine del tutto simile.
Costruito dallo stesso modellista del compressore, è stato realizzato “intorno” alle ruote, residuo di un vecchio kit di chissà quale mezzo.



Il modello 1/30 del gruppo elettrogeno Romeo.


Nel 2004 prese forma l’autocarro leggero 24HP.
Anche questo un modello unico, in scala 1/43, realizzato partendo dal telaio di una Itala della RIO che vantava una perfetta coincidenza di passo con piccolo camion. Il modellista è sempre l’autore del compressore e del gruppo elettrogeno e non trova particolari difficoltà a dare la corretta forma al modello, utilizzando materiali della stessa natura di quelli utilizzati sull’autocarro vero, quali il legno, la tela e la corda per il cassone, la tela e le cinghie di pelle per la copertura del posto guida. Una sapiente verniciatura lo fa sembrare in fotografia un autoveicolo in scala 1/1.



L'autocarro leggero 24HP ridotto 43 volte.


Anche il lanciafiamme, all’apparenza di facile realizzazione, ha una storia curiosa e intricata da raccontare.
Anche in questo caso ho dovuto prima documentarmi, grazie ad un volume sulle specialità del Regio Esercito nella Grande Guerra.
Da lì ho imparato che i lanciafiamme erano utilizzati dal corpo degli Arditi ed ecco il modello da realizzare: un bell’Ardito che porta sulle spalle il lanciafiamme impugnando la pistola sputafuoco !
Questa volta il modellista era l’esperto di figurini militari, al quale fornii il disegno a colori della divisa e la foto del lanciafiamme.
Il problema che il kit dell’Ardito non esisteva in commercio ed è quindi stato necessario costruirlo a pezzettini utilizzando diversi kit di altri soldatini.
Dopo tre mesi, il mio artista mi presenta l’opera ma….aimé, il lanciafiamme era appeso alla schiena dell’Ardito orizzontalmente anziché verticalmente !
Poco male, in un paio di settimane il lanciafiamme fu raddrizzato ed il coraggioso Ardito del Regio Esercito entrò trionfalmente in collezione.



Ardito del Regio Esercito equipaggiato con lanciafiamme prodotto al Portello.


Eccoci alla fine della nostra storiella.
Un bel capitolo di storia dell’Alfa di circa un secolo fa ed anche uno dei temi della collezione che mi ha particolarmente appassionato, sia per le ricerche che ho dovuto effettuare che per la intensa collaborazione con i vari modellisti per la realizzazione delle miniature.




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