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Marchionne: “All’Italia chiediamo rispetto reciproco” Cibus

“Pretendere che le scelte Fiat vengano fatte solo in un’ottica italiana è una visione ristretta e pericolosa. Il nostro Paese può diventare un pezzo importante del mosaico che stiamo costruendo”. Non si stanca di ribadirlo, Sergio Marchionne, durante una delle più affollate assemblee della storia del Lingotto, momento nel quale non sono mancate le solite critiche a quella parte del Sindacato da sempre ostile alle scelte del manager, che aggiunge: “Gli strumenti ci sono, la nostra volontà anche” ma, ribadisce: “ci sono ancora antagonisti che, per ragioni a noi incomprensibili, stanno facendo di tutto per ostacolare il progetto in costruzione tra qui e gli USA. La grande occasione che, grazie all’ alleanza Fiat-Chrysler l’Italia ha di rientrare nel Mercato Globale: Se queste forze esterne riusciranno ad impedirne la realizzazione, non ci resterà che prenderne atto. Non saremo noi, a questo punto, i responsabili delle conseguenze”. Dato per scontato che anche stavolta queste parole saranno prese come una minaccia, bisogna specificare che i problemi sono quelli del Paese, prima ancora del Lingotto che, tra l’altro, rispetto all ‘Italia, ha una via d’uscita in più; Lo ha ricordato John Elkann in apertura d’assemblea: “IL 2011, con lo spin off e grazie all’unione con Chrysler, ha cambiato per sempre la Fiat”.Ribadisce Marchionne: “Non ha più senso parlare di Fiat come azienda Italiana o europea. La Fiat di adesso è una multinazionale. È un’azienda che macina profitti”. Eppure, non soltanto nel nostro Paese la percezione del Gruppo “è rimasta congelata al passato”: /i]Si sorvola sul fatto che, senza Chrysler e la diversificazione in Nord America (e nuove chance in Asia), i profitti sarebbero stati azzerati. Per Marchionne continuiamo “a pretendere”, come se fossimo un’isola indipendente dalle rivoluzioni che hanno travolto il Mondo, aspetto che pure il nostro premier ha riconosciuto, affermando che “chi gestisce la Fiat non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell’Italia“. Ma il Paese no, non l’ha capito, o almeno non tutti. Marchionne rivendica nuovamente, insieme ad Elkann, che “gli impegni mantenuti a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco” la scelta di “gestire la libertà di agire in un contesto globale in modo responsabile” nei confronti dell’Italia, “Fiat continuerà a farlo” ma “a patto di non compromettere il proprio futuro”. “Non è una scelta che possiamo fare noi per l’Italia, è il Paese che deve decidere se avviare un cambiamento profondo o restare appigliato al passato e vivere di ricordi. Se gli strumenti per farcela ci sono, ora metterli a frutto dipende solo dall’Italia, soprattutto dalle forze sociali”. Tra queste ultime, in qualche modo, mette anche Confindustria: Quando gli viene chiesto se incontrerà il nuovo presidente, la risposta è un secco [i]“no, non ho intenzione di salutarlo, non siamo in Confindustria, questo incontro non c’è”. Pensare che Giorgio Squinzi, giusto pochi giorni fa, aveva fatto riferimento a “contatti” avviati da Torino.
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