Se Fiat e San Paolo non la pensano allo stesso modo
Venti di guerra a Torino
Che strano clima si respira a Torino. Non sto parlando del tempo. E nemmeno degli imminenti giochi olimpici invernali. E' che Fiat e San Paolo ai ferri corti sono roba da fantascienza, uno di quegli eventi che nessuno avrebbe mai potuto predire fino ad una settimana fa. Marchionne e Cordero di Montezemolo seccati per non essere stati preventivamente avvisati da Salza dell'intenzione di cedere gran parte delle azioni Fiat possedute da San Paolo, Salza che risponde per le rime... Qualcosa sta cambiando all'interno di quei poteri non eletti dalle urne, ma che hanno un rilevante peso nelle dinamiche italiane, nonché un forte influsso sugli opinion makers stranieri. Il fatto è che verosimilmente solo in Italia capita che un pool di banche prima entri (a fronte di scenari fortemente antieconomici) nel capitale del colosso automobilistico di una nazione in grave crisi, salvo poi vedersi estromesso dalla plancia di comando per effetto di un diabolico equity swap. Ancora è un mistero la ragione per cui le banche hanno deciso prima di finanziare Fiat e poi di divenirne azionisti. Un mistero, perché non ci riesce proprio di vedere un investimento redditizio nel Lingotto. Nonostante le cifre mostrino miglioramenti, il core business non ne è la causa: è l'ondata di dismissioni strategiche. Tanto più che le quote di mercato proprio non decollano. Sembrava l'ennesima commedia all'italiana, con le banche uniche a poter salvare la Fiat accollandosene la mostruosa quantità di debiti, ed a divenirne le controllanti, in attesa che l'auto ricominciasse a tirare.
La legge del mercato
Ma le macchine per ora non vanno (qui a Torino, senza alcuna punta di malignità, non si vedono moltissime nuove Punto). Ma il management del vecchio gruppo di potere decide di tornare in sella. Con un colpo di mano estivo improvviso quanto efficace, orchestrato, si dice, dall'Avvocato Franzo Grande Stevens assistito da Gerardo Braggiotti, all'epoca in Lazard Italia, le banche vengono private della maggior parte dei diritti di voto. Così, senza nemmeno un grazie, dall'oggi al domani Enrico Salza si vede passare le partecipazioni in Fiat da investimenti a lungo termine ad investimenti a breve: quale il senso, a quel punto, di tenersi in pancia delle azioni che non consentono di esercitare il potere sulla società partecipata? Al Lingotto non la pensano così. Altrimenti come giustificare la reazione piccatissima sia di Montezemolo, che ha condannato l'"irresponsabilità" della cessione-blitz da parte del San Paolo, sia di Marchionne? Ma Salza, che firmava articoli su una newsletter con un buffo pseudonimo (Herrmann von Salza, come il Gran Maestro teutonico) non ci sta: ricorda pubblicamente che lui, Salza, al mercato doveva rendere conto, e non ad altri. Ed il mercato parla una lingua molto semplice: o compri o vendi o tieni.
Intrecci a rischio
Insomma, a Torino la situazione è complessa. Anche perché Franzo Grande Stevens è pur sempre nella Compagnia di San Paolo, il che fino a qualche tempo sarebbe probabilmente bastato a garantire il beneplacito del San Paolo a Fiat. Oggi evidentemente non basta più: la Fiat ha abusato della fiducia delle banche, e le banche l'hanno ripagata della stessa moneta. Peraltro rimettendoci, perché il San Paolo ha ceduto le azioni a meno di 8 euro, quando fino a poche settimane prima ancora erano attestate a quota 10 euro. Il tutto consente di avere indizi, pur non univoci, sulle fenditure negli schieramenti opposti alla Casa delle Libertà. A sinistra si sta consumando uno scontro intestino tra Ds e Margherita (e le vicende giudiziarie penalizzano i Ds). In più, a questo punto, gli sponsor della Margherita sono separati in casa. Il che, in tutta franchezza, non ci spiace nemmeno più di tanto. Che fastidio quei toni di chi si sente già vincitore, che palle quella supponenza. Cordero di Montezemolo, sempre lì a dare lezioni ai nostri. E già i giornali a ventilare un terzo polo post-elettorale, una conventio ad excludendum (fuori Bertinotti, Fini, Berlusconi e la Lega, dentro Margherita, Udc e disertori degli altri partiti): alla fine sempre la stessa musica. Meno male che Salza ha cambiato spartito. Speriamo non cambi idea.