LA RESA DEI CONTI
I CONTI della Fiat riprendono il largo. La crisi gravissima, che ha rischiato di travolgere la più importante azienda privata italiana, sembra alle spalle ed oggi i vertici del Lingotto illustreranno alla comunità finanziaria i risultati della "cura da cavallo" iniziata tre anni fa, con il maxi prestito da tre miliardi concesso da tutte le principali banche del Paese. Dietro il presumibile ritorno all'utile, si nasconde però un nuovo pericolo, questa volta ancora più insidioso per il futuro dell'industria piemontese. Tra gli eredi dell'Avvocato non regna più la stessa armonia che ha permesso di fare fronte al possibile tracollo dell'azienda. E dalle periferie dell'impero sono partiti i primi segni di insubordinazione; un segnale inquietante in una città di tradizioni militari come Torino. Mai e poi mai, ai tempi di Gianni Agnelli, il SanPaolo-Imi - considerata la banca di riferimento del Lingotto - avrebbe potuto fare uno "sgambetto" come quello deciso nei giorni scorsi dal presidente dell'istituto di credito, Enrico Salza: vendere le azioni Fiat ereditate del prestito convertendo senza neppure consultare i manager dell'industria automobilistica. Inutile nascondere, dunque, che nella galassia del Lingotto qualcosa s'è rotto. I rapporti tra Salza ed il presidente della Fiat, Luca di Montezemolo, sono sempre più freddi e tra le decine di discendenti diretti della famiglia che ha fondato il Gruppo si è iniziato a giocare un pericoloso braccio di ferro. Da un lato il giovane John Elkann, determinato nel concentrare tutti gli sforzi finanziari nel core business dell'auto, dall'altro ancora un giovane, il figlio di Umberto, Andrea Agnelli, più sensibile alla diversificazione finanziaria. Aver trovato un grande manager come Sergio Marchionne ed essere tornati a produrre vetture di successo come la Grande Punto potrebbe così non essere sufficiente per tenere in piedi il colosso di Torino.