31 Gennaio 2006

editoriale

FIAT

Il prezzo del miracolo

LORIS CAMPETTI

L'unico rosso che rimane in casa Fiat è quello della Ferrari di Maranello. Dopo il ritorno all'utile della multinazionale torinese, nel quarto trimestre del 2005 anche l'auto ha invertito una rotta che stava portandola al suicidio, chiudendo i conti in positivo. Erano anni che non avveniva, per la precisione dall'esplosione della crisi più grave. Il piccolo utile di oggi è particolarmente importante perché è accompagnato da un recupero dell'immagine delle quattro ruote italiane. Gli ultimi modelli sfornati dal Lingotto, Grande Punto in testa, hanno avuto un buon impatto ed anche le quote Fiat sui mercati italiani ed europei hanno ripreso a lievitare, dopo aver toccato nei mesi scorsi i livelli più bassi nella storia secolare dell'azienda di casa Agnelli. Tanto di cappello a Sergio Marchionne, dunque.

L'amministratore delegato ha ereditato un'azienda sull'orlo del collasso che lo straordinario turnover ai vertici e nella proprietà aveva aggravato. Ma com'è stato possibile il miracolo, ammesso che di miracolo si tratti? Innanzitutto, la Fiat ha subito negli ultimi tre/quattro anni uno straordinario ridimensionamento in uomini ed attività. Gli utili di oggi si spiegano innanzitutto con gli introiti derivati dalle dismissioni, ultime finite in bilancio la vendita di Italenergia ai francesi di Edf e della quota di General Motors che era finita in mano Fiat ai tempi dello sfortunato (sciagurato?) matrimonio con il (l'ex) gigante americano dell'auto. E dopo i danni provocati da un accordo senza prospettive, la trattativa per il divorzio ha comunque portato un bel pò di liquidità nelle esauste casse del Lingotto. Treni, aerei, componentistica, finanza, siderurgia, persino aziende vinicole hanno preso il volo - per far cassa - verso altri lidi, spesso esteri. Decine di stabilimenti industriali sono stati chiusi nel mondo, decine di migliaia i posti di lavoro bruciati. Difficile dire se questa strategia sia stata pagante, e se il fine giustifichi i mezzi. Certo, di una cosa va dato atto a Marchionne, forse ancor più che a Montezemolo: quando ogni interesse - degli Agnelli, delle banche creditrici, della finanza - per il futuro dell'auto italiana sembrava finito, l'amministratore delegato della Fiat ha riportato attenzione ed investimenti su quello che ragionevolmente non può non essere il "core business" della multinazionale torinese: le quattro ruote. Marchionne continua a ripetere che non chiuderà (altri) stabilimenti automobilistici. Val la pena ricordare, però, che in poco tempo i dipendenti di Mirafiori si sono dimezzati, così come quelli di Termini Imerese, Arese non c'è più ed a Cassino la cassa integrazione la fa da padrona. E mentre si festeggia il ritrovato utile - non legato ad un aumento dei volumi che non c'è stato ma al ritorno alla redditività - un migliaio di lavoratori e quadri degli Enti Centrali è stato dichiarato esuberante. Quelli che esuberanti non sono, invece, aspettano da sei anni il rinnovo del contratto aziendale. Non c'è dubbio su chi abbia pagato i costi maggiori della crisi.

Nota a margine. Ancora una volta è la piccola cilindrata - ieri si chiamava utilitaria, oggi i tempi, le macchine ed i prezzi sono cambiati) - a salvare la Fiat. Ma senza un ritorno vero di investimenti su ricerca e nuovi propulsori, cioè su automobili ecocompatibili per quanto un'auto possa esserlo, che futuro potrà avere la Fiat?

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