martedì 31 gennaio 2006

Fiat, i tre "grazie" di Montezemolo

Grande escluso, il governo

di Aldo Bernacchi

da "Il Sole 24 Ore"

Una svolta confermata in diretta. Sergio Marchionne ha appena sottolineato il ritorno dell'Auto in utile operativo dopo 17 trimestri sempre in rosso, quando gli portano le agenzie con la notizia che anche Moody's, dopo S&P's e Fitch, ha rialzato l'outlook del Lingotto da negativo a stabile.

"Stiamo lavorando con la velocità della luce", dice l'amministratore delegato ripercorrendo quel che è accaduto nei suoi primi diciotto mesi di Lingotto; un turn-around che ha cambiato le prospettive, mettendo in rotta il partito piuttosto folto di chi solo un anno fa parlava di Fiat come di un gruppo destinato all'emarginazione o addirittura al fallimento. Una svolta che è stata caratterizzata dal ricambio totale della squadra dell'Auto, dal taglio dei costi e dal lancio di nuovi di modelli - la Grande Punto è già arrivata a 130mila ordini - che stanno ricostruendo il feeling perduto tra Fiat ed il suo pubblico, nonché da una serie di eventi straordinari, dalla fine dell'alleanza con GM con l'incasso di 1,56 miliardi di euro all'operazione di Italenergia Bis che ha ridotto il debito industriale di 1,8 miliardi fino alla conversione del prestito di 3 miliardi in azioni da parte delle banche.

Operazioni straordinarie, come tali irripetibili, senza le quali Fiat non avrebbe potuto presentare un utile netto nel 2005 di 1,4 miliardi ed un rapporto tra debito e patrimonio netto sceso al 34% dal doppio che era solo un anno prima. Ma anche senza questi proventi una tantum, Torino avrebbe chiuso l'ultimo esercizio con un utile di 5 milioni. Una piccola cifra dietro la quale c'è però il senso del grande sforzo messo in campo per uscire dal tunnel, in maniera strutturale. L'industria dell'auto mondiale ha abituato tutti a ribaltamenti di situazioni e fortune, con una rapidità impressionante che dice quanto sia competitivo e rischioso il mestiere di produrla. Se avere successo è difficile, conservarlo lo è ancora di più.

Per Fiat la svolta è appena agli inizi. Lo sa Luca di Montezemolo che ci tiene a fare tre ringraziamenti puntuali: ai "nostri" uomini, da Sergio Marchionne all'operaio di Melfi, a quelli della rete; ai "nostri" azionisti, cioè gli Agnelli che hanno avuto il coraggio di credere ed impegnarsi in una missione imprenditoriale rischiosa tanto da mettere fine "a possibili assalti" al Lingotto (ed al fianco di Montezemolo c'è il vicepresidente, John Philip Elkann, che conferma "la piena coesione della famiglia" sul progetto Fiat smentendo voci di divisioni con gli eredi di Umberto Agnelli); e, terzo grazie, alle banche, a tutte San Paolo compreso, che hanno sostenuto e reso possibile il percorso di risalita del gruppo. Montezemolo evita di entrare nelle recenti (e personali) polemiche alimentate dalle dichiarazioni di Enrico Salza al momento dell'uscita, senza preavviso, del San Paolo, la banca ritenuta più amica di Fiat per storia e contiguità geografica.

Sulle banche torna Marchionne per dire che sul medio/lungo periodo era ed è prevedibile che gli istituti escano dal capitale di Fiat, ribadendo anzi l'impegno del gruppo ad aiutare il collocamento delle azioni.

Nei destinatari dei tre grazie di Montezemolo non c'è il governo. Assenza subito notata. Anzi Montezemolo, dopo il "ci siamo risollevati da soli" di qualche giorno fa, non manca di portare un'altra stoccata contro chi parla di Fiat come la grande assistita. "Negli ultimi dieci anni - dice - i versamenti del Gruppo al fondo cassa integrazione sono stati più che doppi dell'importo erogato ai lavoratori Fiat in cassa. Con il risultato che l'Inps presenta un saldo attivo di 300 milioni". Montezemolo invita tutti a superare l'equivoco di fondo secondo cui ogni intervento per salvaguardare il reddito dei lavoratori venga interpretato come un aiuto alla Fiat e non ai suoi dipendenti. Vista la risposta piuttosto acidula del ministro del Welfare, Roberto Maroni, l'equivoco ha tutta l'aria di perpetuarsi.

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