Quella volta che…
Sono entrata nei capannoni dell’ex Alfa Romeo




Se chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire il rumore dei miei passi rimbombare nell’enorme spazio vuoto. Sento persino lo sgocciolio della pioggia appena caduta che filtra dal tetto e finisce nelle pozzanghere sparse sul pavimento. Cemento, acqua e olio che si mescolano e rispecchiano un cielo da poco tornato azzurro.

Al contrario delle avventure raccontate dai miei colleghi nella rassegna “Quella volta che…”, spesso avvenute in luoghi lontani e suggestivi, la mia si è svolta pochi chilometri a nord-ovest di Milano. Arese. Ex area Alfa Romeo. Era un giorno di dicembre del 2010. La fabbrica aveva fermato le linee già da anni: le ultime auto a uscirne erano state, nel 2005, le Multipla a metano e le poche Fiat 600 elettriche prodotte, figlie di un’epoca in cui, a Torino, all’elettrificazione ancora non credevano davvero. Una parte dell’immenso complesso era già stata convertita in polo logistico, ma il cuore della fabbrica era ancora lì, così com’era quando era popolato da oltre 18 mila lavoratori, negli anni del boom produttivo. Deserti, svuotati, i capannoni erano in attesa di capire quando sarebbero entrate le ruspe per fare spazio a quello che sarebbe sorto al loro posto (un grande centro commerciale e una pista di prova, costruita sul tracciato di quella di collaudo dello stabilimento) e a quello che, invece, è rimasto per ora sulla carta (un polo di ricerca e un’area residenziale).



Ingresso furtivo. Nel 2010 ci sono ancora le portinerie, presidiate da pochi addetti alla sicurezza e da alcuni irriducibili ex operai cassintegrati che, con le loro bandiere sgualcite, chiedono un lavoro e un futuro. Dopo lunghe trattative, grazie alla collaborazione di alcuni amministratori locali e al buon cuore di alcuni sorveglianti che chiudono più di un occhio, riesco a entrare nel complesso, insieme al fotografo Giovanni Tagini, autore delle immagini della nostra gallery.

Dove il tempo si è fermato. Superata la guardiola, ci accoglie “L’uomo libero”, la scultura realizzata dall’artista Mario Robaudi assemblando paraurti cromati della Giulia, quella nata nel 1962 dal genio di Orazio Satta Puliga. Doveva essere ricollocata in un luogo simbolo di Milano, magari al Portello. Chissà dov’è finita, adesso. In pochi passi ci ritroviamo in una specie di spazio senza tempo: è come se tutto, lì, si fosse fermato. Ma si fosse fermato da poco, come se gli operai fossero usciti solo qualche giorno prima, portandosi via linee e macchinari, ma lasciando ancora moltissime cose. Uno scenario quasi postatomico, che ricorda le immagini di Chernobyl scattate dopo il disastro.



Dentro la città. Passeggiamo lungo il vialetto dei ciliegi (portati qui da Vignola, vicino a Modena), nelle aiuole l’erba è altissima: ci sono le postazioni di prova motori all’aperto, c’è la power station, costruita apposta per dare energia a questa città, che è ancora in funzione, a ritmi ridotti. I capannoni si susseguono, uno dopo l'altro: lastratura, assemblaggio. Poi, c’è la fonderia: qui si sente ancora intenso l’odore dell’olio e del metallo. Ci si immagina il calore, il rumore che regnavano qui, dove ora il silenzio è totale. Al centro, c’è un fabbricato stretto e lunghissimo, collegato agli altri: è la mensa. Ci sono ancora le piastrelle bianche, i banchi vuoti dell’area macelleria, mentre le ombre sul pavimento indicano dove erano situati gli enormi fuochi. Sotto, gli spogliatoi. Passiamo da un atrio decorato con i murales del sindacato: nella sala riunioni sono rimaste le sedie, per i collettivi. Lì vicino, un biliardino, per i momenti di svago, tra un turno e l’altro.

Tempio laico. Continuiamo a camminare, adeguandoci al silenzio, come se stessimo entrando in una sorta di tempio laico. E, in effetti, per tanti appassionati, questo lo è: qui sono stati scritti la storia del marchio e un capitolo importante della nostra storia industriale. Questo è un luogo che resterà per sempre legato all’Alfa Romeo, la Casa di Arese, anche se di Alfa, ormai, non c’è quasi più nulla. Da qui sono uscite vetture straordinarie e motori altrettanto straordinari, a partire dal mitico 3.0 V6 detto Busso, dal nome del suo progettista. Che bel rumore, il suo, dai toni pieni, rotondi. Qua e là, troviamo veri e propri reperti: una 155 DTM, con il nome di Nicola Larini sulla carrozzeria, che forse è solo una maquette. Poco oltre, una improbabile Ape Piaggio, rimarchiata Alfa Romeo e dotata di motore elettrico.



Ultimo avamposto. Usciamo e passiamo dalla palazzina Tecnica, opera dell’ingegner Ignazio Gardella, con la sua facciata che ricorda quelle delle cascine lombarde. Entriamo nel Centro Powertrain: è ancora pieno di macchinari. “Trasferire a Mirafiori” c’è scritto su alcuni. “Rottamare”, più impietosamente, su altri e su cumuli di testate, cilindri, componenti da buttare. Torniamo all’aperto e passiamo davanti al Centro Stile Alfa Romeo, altro fiore all’occhiello dell’Alfa: è sbarrato, ma dentro s’intravvedono arredi. Qui i designer hanno lavorato fino a pochi mesi prima: sono stati loro gli ultimi a trasferirsi a Torino. Il Centro era stato creato nel 1990 da Walter de Silva e vi hanno preso forma modelli come la 145, la 156, la 147, la MiTo. Sul prato, accanto all’edificio, giace abbandonato un enorme logo con il Biscione, per il quale i collezionisti farebbero follie.

Quel che resta di quel giorno. Passeranno ancora anni prima che venga tutto raso al suolo. Di tutto quello che c’era, restano il Museo Alfa Romeo e il vicino Centro Direzionale, dove ha sede l’Automobilismo Storico Alfa Romeo. Per me, insieme alle immagini, resta un modellino in scala di una 156 Sportwagon fatto di materiale espanso, una mini maquette trovata su un cumulo di cose con scritto “da buttare”. Non ho resistito, adesso lo posso confessare, il reato è prescritto: ora è sulla mia libreria, a ricordo di quella giornata indimenticabile.










Fonte: quattroruote.it

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